ORATORIO - Beato A. Marvelli - La biografia - Rimini sotto le bombe
RIMINI SOTTO LE BOMBE
Alberto militare
“Il 1 novembre 1943 diciotto cacciabombardieri inglesi, divisi in tre squadriglie rovesciano su Rimini - praticamente indifesa e priva di rifugi sicuri - una valanga di bombe da levante a ponente. Sono colpiti il parco locomotive, la stazione ferroviaria, alcuni quartieri della marina e del centro. Bilancio dell’incursione: 92 morti e 142 feriti”. E’ l’inizio di un martirio che durerà fino al 21 settembre 1944 con 396 incursioni aeree e 15 bombardamenti navali, con un totale di 607 morti tra la popolazione civile. “Saranno 10 mesi di straziante agonia. Miseria. Fame. Sequestri. Saccheggi. Vessazioni. Rastrellamenti. Vendette. Il 98% dei fabbricati risulterà distrutto o danneggiato”.
I bombardamenti, fra il 27 e il 30 dicembre, sono i più pesanti e riducono Rimini ad una città morta. Non vengono risparmiati ospedali e case di cura, nonostante i contrassegni ben visibili; né i monumenti storici della città. Il bombardamento del 29 gennaio 1944 distrusse anche il Tempio Malatestiano. La gente sfolla dalla città; molti si fermano nei paesi di periferia, altri fuggono più lontano. Anche la famiglia Marvelli sfolla a Vergiano, una collina a 5 chilometri da Rimini
Alberto comincia una intensa opera di assistenza morale e materiale agli sfollati e un continuo pellegrinare in bicicletta da Vergiano a Rimini, dopo ogni bombardamento, per portare aiuto, ovunque ce ne sia bisogno. Se qualcuno doveva soffrire, ecco, era pronto lui; ma che gli altri fossero lasciati liberi! Questo desiderio di bene per gli altri e, se mai, di sofferenza per sé, non lo troviamo solo scritto nelle sue note di qualche anno avanti: lo scriveva ogni giorno con la vita, che aveva un eroico tono quotidiano.
Dopo ogni bombardamento, Alberto era il primo a correre in soccorso: sempre presente là dove il pericolo era maggiore; piombava sulla città fumante e si prodigava per soccorrere i feriti, incoraggiare i superstiti, assistere cristianamente i moribondi, sottrarre alle macerie quelli che erano rimasti o bloccati o sepolti vivi, aiutare i feriti, mettere in salvo le masserizie. Era un impegno dei giovani di Azione Cattolica. Il presidente diocesano Luigi Zangheri raccoglieva i giovani disponibili per inviarli a portare soccorso nelle zone della città più colpite dai bombardamenti.
“Distribuiva ai poveri tutto quello che aveva e che riusciva a raccogliere” dice la signora Eva Manuzzi Capelli. Alberto si recava dai contadini e negozianti sfollati, che avevano messo in salvo la loro merce. Comperava, pagando del suo, ogni genere di viveri. Poi con la bicicletta carica di sporte andava dove sapeva che c’era fame, malattia, bisogno. Non aspettava che altri chiedessero, era lui a scovare i casi di bisogno, nelle grotte, nei rifugi, nelle soffitte o nei casolari dispersi nella campagna. I racconti della sua generosa cordialità sono ancora carichi di commossa gratitudine.
Insisteva presso la mamma perché desse la loro roba a chi ne aveva maggiormente bisogno. Così furono regalati materassi, coperte, pentole. Donava tutto perché i bisogni e le povertà che vedeva accanto a sé, non gli permettevano alcun attaccamento alle cose. Donò la sua bicicletta e tutte quelle del centro diocesano di Azione Cattolica, che servivano per la propaganda, ad operai perché potessero recarsi al lavoro. Era riuscito a rimediare tubetti di mastice, allora introvabili a Rimini, e li distribuiva agli operai e agli amici che avevano necessità di usare la bicicletta: unico mezzo di trasporto in quell’epoca, per la quale però era impossibile trovare camere d’aria e copertoni.
Donò reti, materassi, pentolame e tutto l’arredamento della Casa dei ritiri di viale Ariosto, col consenso di mons. Emilio Pasolini, direttore della casa. Donò le sue scarpe, i suoi vestiti, la sua coperta di lana. Non ebbe misura nel donare, perché le necessità erano smisurate. Un giorno si presentarono in casa due soldati italiani che erano fuggiti e cercavano di raggiungere l’alta Italia. Uno era senza scarpe, perché non aveva avuto il coraggio di toglierle ai morti, incontrati per via. Alberto guarda le proprie scarpe, poi i piedi del soldato e dice “gli possono andar bene”. Quella sera la madre se lo vide tornare a casa con un paio di vecchi zoccoli.
E non fu la sola volta!